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mercoledì 27 marzo 2019

Relazioni irrecuperabili

In questo post vorrei parlare di un argomento che mi sta molto a cuore, che viene molto discusso e anche criticato, e sul quale torno di tanto in tanto: eliminare le persone negative dalla nostra vita. Per farlo partirò da una situazione particolare per arrivare alla fine a quella più generale. Ho sempre avuto remore a raccontare di eventi e persone specifiche, parlo sempre per grandi linee, per esempi riassuntivi e teorici, perché non mi va che la gente si senta chiamata in causa quando mi legge. In fondo, quando ho avuto problemi seri con qualcuno, glie l’ho sempre detto in maniera molto diretta. Ci sono però delle situazioni in cui ho scelto di lasciar perdere, perché mi pareva non ci fosse più niente da dirsi, che fosse inutile dare spiegazioni in quanto davanti avevo un muro. In qualche modo queste situazioni sono quelle che ogni tanto mi tornano alla mente e mi suscitano ancora riflessioni. In questo caso mi riferisco a una storia, iniziata circa dieci anni fa e durata quasi tre, che mi ha insegnato molto, anche se in maniera negativa, e mi ha fatto comprendere che avevo la tendenza ad infilarmi in situazioni dalle quali adesso, più o meno efficacemente, ho imparato a fuggire. La persona con cui avevo intessuto questa relazione, che era di tipo amoroso, era per me 'negativa' in quanto ‘complessata’ e ‘paranoica’. Virgoletto i termini perché ovviamente questa è la mia relativa percezione e non un assunto assoluto.

La storia con questo ragazzo era complicata da numerosi fattori, che è difficile riassumere in poche righe, quindi mi dilungherò un po’ per cercare di spiegare quanto questa relazione mi facesse vivere in uno stato di perenne angoscia e disagio. Sul perché sia rimasta in questa situazioni per quasi tre anni tornerò alla fine del post. Dovevo sempre essere io ad andare da lui e non viceversa, perché casa mia e il mio quartiere non erano alla sua altezza, nemmeno vivessi in una favelas. La mia educazione e la mia famiglia lo mettevano in imbarazzo, neanche fossi figlia di contrabbandieri di organi nel Terzo Mondo e lui un rampollo reale. A suo dire le mie possibilità economiche erano poco al di sopra della soglia minima di povertà. Ovviamente ogni tentativo di difendermi da questo genere di accuse, mostrandogli che le cose non erano proprio come diceva lui, veniva bollato come snobberia e presunzione. Il mio modo di vestire era sempre inadeguato alla situazione o al mio aspetto fisico: l’unica mise concessa senza incappare in critiche era composta da maglietta o maglioncino, jeans, sneaker, niente trucco o smalto. Qualsiasi variazione era inopportuna rispetto al luogo frequentato, o comunque non ero abbastanza bella, e dovevo sempre ricordarmi di non esserlo, per potermi permettere qualsiasi altro look. I miei amici non erano degni di essere frequentati da lui: ne ha intravisto uno per sbaglio e ha sempre rifiutato di incontrarne qualcuno, ma questo era anche funzionale ad asserire che tanto ero una persona sola.

Per quanto riguarda i suoi amici la questione era ambivalente: quelli che mi era concesso frequentare non dovevo permettermi di considerarli anche miei amici, di cercarli e di chiedere loro qualsiasi cosa; di contro dovevo fargli chiaramente intendere di trovarli simpatici e di volergli bene, mostrarmi sempre ben disposta, accoglierli da brava ospite, preparare loro pranzi e cene, anche e soprattutto perché lui potesse sdebitarsi delle volte in cui era stato ospite a casa loro e le loro madri gli avevano preparato da mangiare. Non era assolutamente contemplato che potessi chiedergli di accompagnarmi da qualche parte o fare qualcosa insieme: se una donna chiede ad un uomo qualcosa del genere non è per il piacere di stare assieme o perché sia ‘normale’ fare delle cose in coppia, ma perché non è in grado di farlo da sola e quindi non si merita la di lui compagnia. Avevamo più di un interesse in comune, in particolare lui era appassionato di mitologia e io studiavo storia delle religioni, ma non era assolutamente concepibile che ne sapessi qualcosa e che potessi trasmettergliela o condividerla. In generale mi era interdetta la possibilità di vantare qualsiasi tipo di intelligenza e conoscenza, pratica o intellettuale che fosse, la mia era ridicola e vana presunzione di credermi "chissà chi". Era fuori discussione che fossi in grado di compiere una qualsiasi attività manuale, che fosse disegnare e dipingere o suonare, non c’era nemmeno bisogno di verificare, era semplicemente impossibile che lo sapessi fare.

Se mi faceva piangere con uno di questi comportamenti le mie non erano ‘vere’ lacrime, perché le lacrime delle donne sono preziose mentre io piangevo per queste sciocchezze, quindi lo stavo solo ricattando moralmente. In fondo io ero ‘sbagliata’ e lui voleva solo ‘insegnarmi a vivere’. E poi io ero ‘cattiva’. Ogni tipo di affermazione da me pronunciata, neutra o addirittura positiva, come un complimento, era facilmente catalogabile come detta con malizia e per offendere. Non c’era una prima azione o una prima cattiveria detta che potessero dimostrarlo, già in origine era stato tutto interpretato in questo senso, poiché ero una donna, come la Madre, e come la Madre ero profondamente malvagia. Sì perché la Madre era un animale mitologico con una duplice funzione, che nel ruolo di Madre-Eva, veniva evocata per giustificare la credenza che le donne fossero intrinsecamente malvagie e create per perseguitare l’Uomo, e che qualsiasi cosa facessi o dicessi aveva un movente o un fine negativo; nella funzione di Madre-Maria, veniva invocata per illustrarmi come una ‘vera’ donna avrebbe tenuto la casa o preparato la cena per i suoi ospiti. “Voi donne non sapete fare niente”, “voi donne credete di sapere tutto, invece non sapete nulla”, “voi donne siete stupide perché vi date sempre importanza”, “una vera donna dovrebbe...”, “voi donne mi state sul cazzo perché...”.

Anche quando parlava di amiche e colleghe cui apparentemente era affezionato, erano per lui incapaci, stupide, non all’altezza di qualsiasi situazione, che in sostanza non erano ‘vere’ donne. Mi raccontava divertito di come insieme ad altri colleghi uomini bullizzava anche fisicamente le colleghe, di come si divertisse a dare importanza a ragazze che riteneva ‘brutte’ per ridere del loro imbarazzo, in alcune occasioni ho anche potuto assistere al suo insensato accanimento persecutorio contro donne che non gli avevano fatto nulla per il solo gusto di metterle alla gogna. Viceversa quelle che erano considerate ‘vere’ donne venivano elogiate per le loro doti culinarie e domestiche, perché non pretendono mai di trascorrere il tempo libero col compagno, andavano in vacanza senza di lui e ovviamente, mentre facevano le casalinghe e vivevano da single, portavano anche il pane a casa. Non c’erano mai commenti positivi sulla loro intelligenza o simpatia, le loro abilità erano sempre legate alla cura della casa e del loro uomo, ed erano delle buone amiche solo perché quando lo invitano a casa gli preparavano i suoi piatti preferiti.

Per quasi tre anni ho pensato di essere io il problema, mi sono sforzata di fargli capire che ero meglio di come mi vedeva lui, perché chiunque sarebbe meglio di così, anche un pluriomicida. Di fargli comprendere che i suoi argomenti erano spesso infondati e pretestuosi, che saremmo potuti stare bene insieme se lui avesse accettato il fatto che non ero un rettiliano inviato nella sua vita dalla Madre per perseguitarlo, perché era anche paranoico. Paranoico ed estremamente insicuro, di quei tipi che si cancellano da Facebook alla prima battuta sotto una foto, che pure se vorrebbero imparare a suonare uno strumento non lo fanno, per evitare quella fase iniziale in cui non si è ancora in grado di fare una cosa e quindi si è più passibili di critica, che usciva il meno possibile di casa per evitare di esporsi al giudizio dei Nessuno che si incontrano ogni giorno. Viveva così nel terrore del giudizio altrui che non poteva concepire come io, essere ontologicamente inferiore, su cui lui proiettava ogni suo difetto fisico, caratteriale, di formazione e educazione, potessi vivere lo stesso la mia vita, portando a spasso la mia angusta persona senza remore, anziché seppellirmi viva assieme a lui.

A un certo punto mi sono risvegliata dal torpore e ho capito: non sarei mai andata bene per lui. Era ormai chiaro che non potevo essere il tipo di donna che gli andasse bene, perché detesto fare le pulizie, cucino più perché mi piace mangiare bene che per passione, e comunque lo faccio per dovere: potessi permettermelo avrei domestici e cuochi personali, non c’è dubbio. Amo parlare quanto ascoltare, scambiare opinioni e condividere attività, e sì, se sto bene con una persona mi piace passarci i week end, anche fuori casa, e andarci in vacanza. Se qualcosa non mi sta bene in una relazione importante non posso tenerla per me, e a volte sbaglio i toni e le parole perché sono facile alla rabbia, quella che fa pulsare la vena e perdere la misura nelle parole e nel modo di esprimersi, per cui può capitare che dica cose che ‘suonano cattive’, ma molto spesso non lo sono nel significato. In effetti col tempo ho capito anche che quasi nessuna donna sarebbe andata bene per lui, perché a volte il risentimento nei confronti dell’altro sesso è troppo per trovare un vero accomodamento, ma questa è un’altra storia e non è più affar mio.

Oltre all’evidente rigetto per le donne c’era un altro insormontabile dettaglio: gli volevo bene e mi piaceva, e quando una persona è così auto-svalutante e paranoica da evitare di avere una vita per non essere giudicata, se incontra qualcuno che lo apprezza decide automaticamente che quel qualcuno debba essere peggiore di lui, e quindi finisce per considerarlo spazzatura. Quest'ultimo punto, che è più generale e influisce in tutti i tipi di relazioni, amorose e non, a prescindere da sesso e genere, è quello che mi ha ispirato una riflessione più ampia. A volte in alcune relazioni riconosco lo stesso atteggiamento svalutante nei confronti dell’altro, spesso frutto dell’auto-svalutazione, in cui una demonizzazione dell'altro sesso può avere o meno un ruolo. Per quanto riguarda me, alcune persone che mi mostravano interesse, anche solo in amicizia, avevano chiaramente quest’indole.

La ripetizione di questo pattern mi ha fatto capire che anche io avevo un problema, qualcosa in me ha attirato questo tipo di persone, a prescindere dal tipo di rapporto che cercavano. Fortunatamente sono quasi sempre scappata in tempo, prima di cascarci dentro. Non pretendo di essere una ‘buona’, probabilmente non lo sono, non pretendo di essere una ‘bella persona’, è raro incontrarne una, ma nessuno dovrebbe subire certe situazioni e tutti meritiamo una relazione paritetica in cui il rapporto tra dare e ricevere sia pressoché equivalente, in cui l’‘ammirazione’, la stima e la voglia di stare insieme siano reciproche. La cosa più importante da comprendere è che tutti meritiamo di essere amati, anche se abbiamo dei difetti fisici o caratteriali, anche se pensiamo di non essere persone abbastanza in gamba o realizzate, se pensiamo che la nostra vita dovrebbe essere ‘migliore’ e che ancora dobbiamo lavorare per realizzarla.

L'errore che in molti commettiamo è di pensare che chi ci ama anche così, anche se noi non ci piacciamo, sia una persona da niente. Una persona da niente è chi vuole farci rimanere nello stato di frustrazione e disagio in cui viviamo, contraria a qualsiasi nostra forma di miglioramento o accrescimento, e che anzi si impegna nello sminuirci e toglierci qualsiasi voglia e motivazione, per avere la sicurezza che staremo con l*i o saremo amici per sempre, in un rigoroso rapporto di inferiorità, che non l* faccia mai sentire mess* in discussione. Chi ci ama davvero sarà felice di vederci crescere e raggiungere i nostri obiettivi, di assistere a quello che per noi è un miglioramento, e continuerà ad amarci durante il percorso e una volta raggiunto l’obiettivo. Pensare che chi ci ama o ci sia amic* per come siamo non ci aiuti a crescere, solo perché non ci fa sentire ogni giorno ‘scomodi’ nei nostri panni, è un pensiero malato, perché spesso la crescita è frutto proprio della serenità e dell’accettazione. Se a qualcuno non andiamo bene come siamo è altamente probabile che quella persona, anche avesse 'ragione', non vada bene per noi. Molte persone si sentono in difetto, e se alcuni cercano approvazione altri se la prendono, se alcuni vivono il loro senso di ‘inferiorità’ rifiutando l’amore di chi li apprezza, e cercando a tutti i costi l’approvazione di chi li rigetta, altri accettano l’amore ma considerando chi lo prova nei loro confronti ancora più ‘inferiore’, perché come si fa ad amare qualcuno che vale poco o niente? Solo valendo ancora meno.

Tanti non riescono mai a uscire da questo circolo vizioso, continuando ad assumere di volta in volta il ruolo della ‘vittima’ o del ‘Cerbero’ in tutte le relazioni, in quanto anche la stessa persona a seconda della situazione può divenire l'una o l'altra cosa. A quanto pare la cosa più difficile non è tanto amare, quanto accettare di essere amati per come si è. Si dovrebbe scappare da quel tipo di Calimero che non potrà mai amare chi lo ama, ma che anzi disprezza proprio chi lo ama, chi gli è amico, chi gli offre l'aiuto che ha chiesto. Spesso si sente parlare di eliminare le persone 'tossiche' dalla propria vita, e alcuni si indignano all'idea che si consigli come mantra che depressi, ansiosi o problematici a vario titolo debbano essere lasciati soli. Ma ci sono depressi e depressi, ansiosi e ansiosi, problematici e problematici, e se la persona o le persone così che avete nelle vostre vite vi tolgono ogni energia e gioia di vivere, è molto probabile che siano 'tossiche', e per quanto possiate volergli bene ricordatevi che non siete psicoterapeuti o assistenti sociali, lasciate ad altri il compito di 'guarirli' quando non è nelle vostre umane capacità e soprattutto quando non vogliono il vostro aiuto, ma solo usarvi come discarica emotiva, accusandovi magari di rovinargli la vita.

domenica 10 marzo 2019

Social ansiosi

Qualche sera fa con Francesco ragionavamo, da 'dinosauri' del web quali ci sentiamo, di come questo strumento sia cambiato nel corso degli ultimi dieci anni e di quanto i social abbiano cambiato non solo il web stesso, ma anche le persone. Spesso si discute se il problema siano i social o le persone, se i primi influenzino il modo di comportarsi delle seconde o se ne abbiano solo messo in luce il lato peggiore. 

'Una volta' stare su internet non era così, sia chiaro che un web senza polemiche non è mai esistito, ma oggi molte persone che non hanno vissuto il periodo dei forum, delle pagine e dei blog personali, non sanno oggettivamente come ci si deve comportare in un non-luogo privo di relazioni verticali e di vere e proprie regole. 

Spesso per il loro utilizzo di internet, e dei social in particolare, si prendono in giro i 'baby boomer' (i nati tra il 1945 e il 1964) e la 'generazione X' (i nati 1964-1980), ma nemmeno i 'millennial' (1980-1999) sono esenti da quegli atteggiamenti anti-sociali, forse perché la maggior parte di noi ha in realtà iniziato a usare internet solo con la nascita di Facebook.

Francesco faceva un'analogia interessante tra Facebook (in italiano dal 2008) e la scuola, dieci anni equivalgono infatti alla durata della scuola dell'obbligo e considerato il tempo che ci si passa 'sopra', e quanto le notifiche e il messenger ci tengano in realtà sempre connessi ad esso, ha sicuramente plasmato il modo di ragionare e il comportamento di molti di noi.

Il come non lo spiego perché credo lo abbia fatto molto bene Rossella nella seconda parte di un suo post (link), non ho visto la trasmissione di cui parla ma riguardo ai meccanismi dei social riferisce le stesse cose che diceva Francesco, che è informatico e coi social ci lavora.

Oggi, per chiudere il cerchio, ho letto il post di Marina (link) che parla di come i social possano peggiorare gli stati d'ansia in chi già ne soffre. L'articolo, che consiglio di leggere, si conclude con la proposta di un esperimento. Per quanto mi riguarda non solo proverò una sera a settimana - almeno - a lasciare lo smartphone fuori dalla camera da letto, ma ho anche silenziato tutte le notifiche (tranne quelle di Francesco e dei miei genitori) sulle varie app.

Vorrei anche provare a seguire un altro consiglio di Marina, quello di evitare o quantomeno limitare l'accesso a informazioni e discussioni che ci danno il 'mal di pancia', dando invece risalto ad argomenti che ci piacciono e parlandone in modo positivo. 

Ho smesso di seguire tribune televisive da un pezzo, guardo al massimo un TG al giorno ed evito di acquistare il quotidiano più di una volta la settimana, ma le polemiche e le discussioni condite da insulti di ogni genere su internet si annidano ovunque, quindi è arrivato il momento di fare qualcosa in merito anche qui.

Sui social la persona più insospettabile e l'argomento più neutro e vanesio trovano feroci e arrabbiati detrattori, che quasi sempre chiosano con offese di vario genere. Vorrei provare a disintossicarmi, per quanto possibile, da questa pesantezza e ho deciso di farlo anzitutto cestinando il post che stavo scrivendo sui No-vax e la famiglia romana contro cui si stanno accanendo, non credo che l'argomento abbia bisogno di altri commenti rancorosi e non voglio essere io ad aggiungerli, per cui, se mai ne parlerò, non sarà nei termini in cui lo stavo per fare.

Credo, come Marina, che il modo migliore per avere il web e i social come li vorremmo sia costruirli dal basso, senza aggiungere altra polemica, altra rabbia e altri insulti. Probabilmente ha ragione Rossella quando dice che questo atteggiamento viene ignorato, ma se non può cambiare quello degli altri, generando imitazione, può sicuramente cambiare il nostro modo di stare 'qui', possibilmente con molta meno ansia.

domenica 3 marzo 2019

Freak!

Ho iniziato ad usare i ‘social’ da piccola, alle medie ero l’unica ad usare MSN, all’epoca non era nemmeno un’app ma solo una browser chat. Ho avuto account su MySpace (ma non NetLog, perché era da ‘truzzi’), Flickr, Splinder (per chi lo ricorda), deviantART... Ho iniziato prestissimo a smanettare con HTML, CSS e Photoshop, cose che mi piacerebbe riprendere in mano, ma in questo nuovo web fatto di JavaScript, siti dinamici e artisti digitali mi chiedo sempre a che pro.

Mi rendo conto di non riuscire ad adeguarmi a Facebook, che dai miei coetanei viene generalmente usato, e probabilmente lo è, come una vetrina. A volte postavo mie opinioni su qualcosa, ma ho finito con il tornare su Twitter; a volte postavo foto di ciò che facevo o vedevo, ma non riesco ad accettare il meccanismo per cui si debba postare una foto ‘brutta’, o 100 foto per la maggior parte inutili, di una serata o di una vacanza; ogni tanto posto canzoni, senza commenti, come si usava fare sotto il nickname di MSN nella speranza di comunicare uno stato d’animo, mentre per lo più se si posta della musica lo si fa per affermare i propri gusti. Cerco di seguire pagine con temi che mi interessano, ma per come funzionano gli algoritmi del sito finisce per darmi noia tutto.

Instagram lo uso come Flickr, almeno quando lo tengo aperto, come ora. Anziché postare foto del cosiddetto ‘lifestyle’ (cosa mangio, cosa bevo, dove vado, chi vedo, come mi vesto), che al massimo metto ogni tanto nelle ‘storie’, cerco di postare solo foto che ritengo sotto qualche punto di vista esteticamente valide. I miei account preferiti sono quelli di arte e fotografia paesaggistica e naturalistica, per le cose veniali (sono forse un’insospettabile fanatica di make-up e alta moda) ho un account secondario dove prima o poi mi piacerebbe iniziare a postare foto dei miei make-up, ma mi chiedo se ne varrebbe la pena, non essendo né una MUA né un’accattivante Clio o simili.

Dopo varie indecisioni ho riaperto un blog, questo qui, ma oggi le persone che allora non usavano i social hanno un rapporto strano coi blog, specie quelli personali. Il 90% di chi mi segue mi risponde in chat privata o al limite su Facebook, su cui non mi piace condividere i miei post ma lo faccio per chi mi dice che altrimenti se li perderebbe. Mi piacerebbe avere anche un blog tematico di scrittura o mitologia, ma non trovo mai la giusta ispirazione. Un po’ ho nostalgia di quando i blog erano un’altra cosa, un po’ anche allora si trovava molto ciarpame mal scritto o tanta gente che parlava solo di politica e massimi sistemi.

Amo la musica ma ho gusti particolari, che non vuol dire più belli o più brutti di altri, credo siano semplicemente ‘complessi’, nel senso che non sono patita di un genere in particolare. Amo la musica classica, quasi tutti gli stili chitarristici, preferisco il metal con influenze classiche, ascolto il punk e la dark wave, il pop-rock anni ‘80, l’indie ma detesto il jazz e non ho mai capito i Nirvana. Spesso preferisco sorvolare sui miei gusti musicali e non condivido molto ciò che suono, perché non so a quanti interessi l’arpeggio di ‘Is there anybody out there’ o ‘Canon D’ suonata sulla banale chitarra classica anziché elettrica, come faceva anni fa quel ragazzino fenomenale su YouTube.

Sono sempre stata appassionata di mitologia, è iniziata con Dante, da bambina mia madre mi faceva leggere la Divina Commedia e intanto me la spiegava, mi innamorai perdutamente di Ulisse e della sua hybris, iniziai a leggere tutto quel che potevo su di lui e poi su tutta la mitologia greca. Negli anni ho aggiunto quelle romana, celtica e scandinàva (sì si pronuncia così, con questo accento qua), sempre alla ricerca di quel filo che partendo da Ulisse mi ha portata fino ad Odino. Negli anni non ho mai trovato spiriti veramente affini, mi sono iscritta a Scienze storico-religiose perché fuori dall’università c’era quasi solo attenzione per cose che per me non erano fondamentali e poca o nulla per cose che per me erano imprescindibili. Dentro l’università mi sono confrontata con un numero per me incredibilmente alto di persone che amano studiare il cristianesimo e i pochi che come me inseguono il politeismo sono per lo più fenomenologi o antropologi che storici.

Adoro la storia, le etimologie, la filologia, le genealogie, ricomporre a uno a uno i tasselli fino alle origini del mondo, degli dèi, degli uomini, seguire a ritroso gli spostamenti di genti, cercare di scoprire dove è cominciato tutto e com’era in principio. Inseguo Ulisse, Atena, Hermes, Odino e gli altri nel tempo, cerco i loro primi nomi, le loro prime forme, il primo popolo che li ha venerati attraverso quelli noti e le figure composite che conosciamo. Non sono una fenomenologa, amo le forme particolari e le ricostruzioni precise perché voglio arrivare all’esatta origine, al vero principio, non inferirlo facendo una media dell’idea di Dio. La storia degli uomini e dei popoli, fuori dagli ambiti accademici, viene utilizzata solo per provare la divisione tra le ‘razze’ o la diretta discendenza di una nazione o regione geografica da un qualche popolo il cui patrimonio genetico e culturale si è dissolto negli altri da secoli o millenni. A me piace avere origini tanto diverse tra loro e a un certo punto, arresami davanti all’impossibilità di ricostruirle da sola, ho fatto uno di quei test genetici di cui attendo curiosa il risultato. Avessi l’1% di ogni ‘etnia’ del mondo ne sarei solo che felice, sapere di raccogliere in me popoli e culture diverse mi farebbe sentire più parte del mondo che di una nazione.

Cerco di prendermi cura del mio lato spirituale, non sono e non riesco veramente ad essere monoteista, mi spiegarono che in questo c’è una ragione psicologica che dipende dalla nostra prima infanzia, ma si sa che in psicologia non ci sono due scuole concordi su qualcosa. Ho sempre avuto una divinità, un’ipostasi o un eroe ‘preferito’ in ogni pantheon che ho conosciuto. Mi interessano le pratiche che fanno acquisire consapevolezza delle proprie energie e connessioni spirituali, i Tarocchi e l’astrologia, molto meno le pratiche rituali. In questi ambienti è quasi impossibile trovare qualcuno che non sia almeno vegetariano, no-vax e contrario a farmaci e medicina moderna e non ne posso veramente più delle teorie pseudo-scientifiche di quelli che si ‘informano’.

Amo la poesia, l’illuminismo in filosofia e il romanticismo nell’arte, il fantasy e la fantascienza per le ideologie che veicolano. Sono medievalista nell’animo, non c’è dato storico che tenga di fronte a Tasso, Shakespeare o Tolkien, non mi importa nulla di tecnologie futuristiche ma invidio il genio di Asimov. Spesso mi arrendo di fronte a chi non comprende l’importanza di Boromir o Sam, non trema per il ‘ritorno del re’, preferisce ‘Romeo e Giulietta’ al ‘Macbeth’ o non empatizza per gli androidi di Asimov e non coglie le sue allegorie.

In tredici anni di diritto al voto non ho mai saltato un’elezione di qualsiasi tipo. Non parlo volentieri di politica perché sono una di quelli che si infervora. In generale trovo tutti disturbanti, anche quelli che votano ciò che voto io. Escluso il periodo dell’adolescenza, quando certe appartenenze anacronistiche sono quasi un obbligo, non mi sono mai identificata completamente in un partito o orientamento politico. Sono una di quelle persone che apprezza la satira pure sui ‘propri’ politici, mi sfugge completamente il concetto di censura e probabilmente se qualcuno si affidasse solo ai miei like su Twitter non riuscirebbe nemmeno a capire cosa voto, e infatti mi ritrovo sempre seguita da qualche leghista.

Volevo fare una distinguo, parlando, tra web e vita reale, ma mi rendo conto che non riesco a tracciare questo confine in modo netto, perché ormai è quasi impossibile non frequentare anche on line le persone della vita di tutti i giorni. Una quindicina di anni fa, da adolescente ‘nerd’, non speravo altro, oggi sono contenta di essere sempre in contatto con alcune persone, ma per la maggior parte questa sensazione di non poter staccare mai a volte mi angoscia.

Una volta mi sentivo speciale e diversa, ‘strana’, poi ho capito che lo stesso vale per tutti, solo che alcuni non lo danno a vedere e tengono per loro questa sensazione di non-appartenenza, ponendo l’accento solo sulle uguaglianze, e sono secondo me le persone più equilibrate (i Francesco, le Elisa, le Rossella), che alle volte invidio. Altri mettono a tacere il loro senso critico pur di sentirsi parte di qualcosa, sorvolando sulle discrepanze; altri ancora non fanno mai sentire la loro voce perché hanno paura di essere considerati diversi; entrambi, a differenza del primo gruppo, tendono ad attaccare le diversità altrui.

E poi ci sono quelli che affermano le loro differenze dagli altri al di sopra delle similitudini, perché le prime sono importanti quanto le seconde per sentirci sempre noi stessi. Non è l’essere diversi a fare di noi dei ‘freak’, ma il vivere allo scoperto la sensazione di non sentirci mai completamente a casa, mai completamente rappresentati dalle idee degli altri, sempre presi da una sorta di nostalgia per ciò che è stato e a cui avremmo potuto ‘appartenere’, ma che probabilmente è esistito più nella letteratura e nell’arte che nella realtà.

A Simona e Riccardo, che con alcune cose saranno d’accordo e con tante altre no, perché sono diversi da me e affermano sempre la loro diversità rispetto a chiunque altro.

mercoledì 27 febbraio 2019

Sul serio?

Sono una persona inopportuna. Quando racconto qualcosa sono sempre ironica e uso spesso l'iperbole, dando per scontato che l'esagerazione sia chiara e chiaramente voluta. Faccio battute pesanti o sceme sceme, come giochi di parole per cui rido da sola anche il giorno dopo. Dico molte parolacce anche in situazioni sconvenienti, pronuncio più spesso la parola 'cazzo' di Hugh Grant in Quattro matrimoni e un funerale. Sono cresciuta con Family Guy e South Park e ci sono rimasta malissimo quando hanno interrotto Brickleberry, potete immaginare su quanti argomenti seri e fuori luogo riesca a scherzare. E preciso che ci scherzo su e basta, perché dò per scontato che i 'fatti' dimostrino che non sono il tipo di persona che pensa davvero certe cose. Anzi, solitamente mi incazzo con gli altri quando capisco che dicono qualcosa di negativo con ironia ma lo pensano davvero. Per me una battuta sugli Ebrei fatta da un antisemita (anche ebreo) o da un non-antisemita (anche non ebreo) sono incommensurabili, alcuni si risentirebbero in entrambi i casi, io solo nel primo e anche parecchio. Poi, seriamente, quando 'odio' qualcosa o qualcuno si vede lontano un miglio, ce l'ho scritto in faccia, non riesco a soffrirne neanche la presenza, figuriamoci se riesco a fingere per convenienza che non sia così (e mi piacerebbe saperlo fare).

Ora, se qualcuno mi dicesse "Guarda Si', sei pesante, non sopporto che scherzi su argomenti seri, che ridi due ore per la parola 'sgommarello' e rispondi 'un fiorino' ogni volta che ti si chiede qualcosa, che bestemmi e dici continuamente parolacce, poi tu scherzi su tutto quindi non capisco perché io non posso dire che i Neri devono bruciare solo perché lo penso davvero, e comunque non fai ridere" lo accetterei, non possiamo piacerci tutti. Ma ancora a 31 anni mi sorprende la capacità di alcuni di intendere seriamente tutto quello che sentono. Ogni tanto faccio il calcolo di quante persone pensino che sia razzista, cinica, maligna, zoccola, che non sappia usare il congiuntivo e il condizionale (le battute ipotetiche si fanno all'indicativo, ce dovete sta') e una rincoglionita totale (sì sono rincoglionita, ma mi piace pensare di esserlo alla maniera carina della commedia british), e mi rendo conto che il numero è forse più alto di quelli che capiscono che lo scherzo si chiama così proprio perché è solo scherzo. Quello che mi stupisce ancora di più, però, è come queste persone riconducano ogni cosa che faccio o che dico alle quattro stronzate sulle quali ironizzo. Quando il mio comportamento abituale (e sottolineo abituale) dimostra che non sono in un certo modo, secondo loro è perché sto fingendo per dimostrare di essere 'migliore' o, di contro, che sto comunque dicendo o facendo qualcosa di 'cattivo', ma in maniera più criptica e contorta. A volte il senso di un commento neutro o addirittura di un complimento è stato stravolto così tanto, per cercare a tutti i costi di farlo passare per un insulto, che avrei voluto complimentarmi per lo sforzo intellettuale da esegeta che cerca di provare l'esistenza della Trinità anche dopo che è stato dimostrato che il Comma giovanneo è un'aggiunta seriore.

Ogni tanto mi chiedono perché se conosco gente nuova quasi non parlo, sono 'simpatica' e 'intelligente', non dovrei farmi problemi. Amori miei, forse è perché conosco persone da dieci o vent’anni che sono ancora convinte, solo per le battute che ho fatto la prima volta che abbiamo parlato, che io sia un potenziale serial killer, ma di quelli che hanno preso troppe botte in testa da piccoli e hanno l'età mentale di un dodicenne, non di quelli colti e super geni alla Hannibal Lecter. A 'na certa meglio che mi metto nell'angolino a ridere da sola ripensando alla scena de lo Santo Romito Pantaleo che ammolla a Brancaleone il tomo sull'omoiusia e l'omousia, passo comunque per una psicopatica ma almeno di quelli innocui-bizzarri e non di quelli pericolosi-criminali.


martedì 19 dicembre 2017

Non tutto è bullismo

In alcuni momenti della mia vita sono stata oggettivamente vittima di bullismo, quando solo perché ero un bersaglio facile, l'elemento debole del gruppo, gli altri si sono accaniti su di me con aperta e inequivocabile cattiveria gratuita. L'aspetto divertente in questi casi è che quando reagivo, rendendo pan per focaccia, cadevano tutti dal pero, come si stupissero che io non fossi d'accordo nel ritenermi inferiore a loro, e che anzi magari pensassi addirittura di essere migliore.

In altri momenti il bullismo non c'è stato o non c'è stato propriamente, ma comunque mi sono sentita esclusa, derisa, sottovalutata, bistrattata. Alcune volte ho dovuto ammettere con me stessa, col senno di poi, di aver contribuito almeno in parte a rendermi vittima, poi non così vittima. Perché nessuno si permette di dire a quell'altra che è sovrappeso? Perché a Tizia non la prendono in giro per i capelli crespi e a Caia nessuno fa notare che è vestita male? Perché a me sì? Perché infondo me la cercavo. Ripensando al mio comportamento, a come mi relazionavo con gli altri, a come mi rivolgevo loro, alle parole che usavo, al tipo di battute che facevo, a cosa pensavo di loro, non posso che rispondermi che chi semina vento... E le altre, a differenza mia, non seminavano vento.

Allora ogni tanto, non sempre, quando vedevo qualcuno come me, che tutti trattavano come venivo trattata io, mi facevo muovere a compassione e provavo a comportarmi in modo più comprensivo degli altri. Mi riferisco precisamente a persone che vengono emarginate o messe in mezzo con cattiveria a causa (o anche a causa) di loro stesse, perché sono moleste senza rendersene conto o se ne rendono conto ma non riescono ad evitarlo. Non parlo invece delle situazioni di bullismo veramente gratuito, né dei casi in cui una persona tende ad isolarsi o ad essere isolata solo per timidezza o introversione (di cui parlo in quest'altro post).

In questi casi, dicevo, tendevo a pensare che se quando mi comportavo così male da inimicarmi tutti qualcuno mi avesse trattata diversamente, facendomi capire quanto e come sbagliavo, avrei potuto avere rapporti migliori con chi mi circondava, subire meno angherie ed essere più felice. Quello che mi aspettavo è che l'altro apprezzasse la differenza tra il mio atteggiamento e quello altrui e che ne traesse un'occasione di miglioramento, ma ho dovuto constatare che non avviene mai né l'una né l'altra cosa. Anzi, quando mi è capitato di dare spazio ad una persona che non era abituata ad averne, o che ne aveva ma non veniva mai presa sul serio, senza volere sono diventata gran parte del suo mondo e così tutta la sua insoddisfazione, il suo rancore e la sua rabbia avevano me come unico canale di sfogo, perché ero l'unica che stava lì a dargli attenzioni e ad ascoltarli. Incredibilmente questo anziché avere per loro una connotazione positiva in molti casi l'ha avuta negativa.

Anche se non passavo con quella persona la maggior parte del tempo, perché vedevo e sentivo anche altri amici, qualcosa nella qualità del tempo che passavamo insieme li convinceva che esistessi solo per loro e, sorprendentemente, anche questo ha avuto sempre risvolti negativi. Quando si è trattato di ragazzi (o di ragazze gay) si sono sempre convinti, per me ispiegabilmente, che da parte mia ci fosse un interesse romantico. Curiosamente anche gli altri tendono a convincersi che se dài spago ad un emarginato o strano è perché ti piace. Una volta lo trovavo bizzarro, poi ho capito che è come nel Piccolo principe: se dedichi parte del tuo tempo a qualcosa dài per forza l'impressione di tenerci, anche se le tue ragioni sono altre e riguardano più te che l'altro, come l'aiutare il te stesso del passato, o l'irrefrenabile impulso di psicanalizzare qualcuno per provare a risolvere i suoi problemi.

E' difficile far comprendere a chi non è come me che non riesco ad essere sempre respingente con queste persone perché mi dispiace per loro. Ed è difficile far capire a queste persone che, nonostante la comprensione, a volte esagerano al punto che ho bisogno di allontanarmi. La prendono sempre molto male e diventano vendicative. A volte sono diventata così il centro - o quasi - della vita di qualcuno che mi sono state attribuite caratteristiche quasi demiurgiche, come se avessi il potere di fare e disfare la vita altrui, di procurare o togliere a mio piacimento amicizie e amori. Il movente da parte mia sarebbe stata l'invidia, ma di cosa - avrei voluto chiedere - se ho più io di te?

Altre volte l'altro è stato più onesto e anziché attribuire a me le sue emozioni ha ammesso di avermi attaccata e provato a mettere in cattiva luce per invidia, perché tu sì e io no? perché tu hai questo e io no? perché tutti sono tuoi amici e se fai una cosa sbagliata ti perdonano e a me no? E avrei voluto chiedere se capisci la differenza tra me e te perché non provi a metterla in pratica anziché tentare di dimostrare che io sia come o peggio di te? Ma credo che chi si trova in quella posizione spesso sia troppo frustrato dal divario tra ciò che ha e ciò che vorrebbe per rendersi conto dell'aiuto che, esplicitamente o implicitamente, ha chiesto e gli si sta provando a dare.

E' come se nel momento in cui, trovato qualcuno che la accetta per come è, nel senso che di fronte ai comportamenti più assurdi non scappa come fanno gli altri, ma prova a chiarire, a spiegare, a consigliare, questo tipo di persona anziché essere grata pensi se mi accetti per come sono significa che sei più spazzatura di me, e quindi posso riversare su di te tutto il mio peggio, farti scontare tutto quello che loro fanno a me. Ogni volta che ho provato a trattare un emarginato o qualcuno che veniva trattato da scemo come una persona il risultato è stato diventarne a mia volta vittima. Posso darmi una spiegazione sul perché io mi faccia incastrare da queste situazioni, ma ancora non so spiegarmi come mai queste persone si comportino così per poi piangere di non avere nessuno, quando l'unica persona che cercava di esserci l'hanno poi allontanata proprio loro, e con rabbia.

giovedì 7 dicembre 2017

Timidi e introversi

Di recente ho letto un libro scritto da una persona che ho conosciuto vari anni fa in rete, autrice anche del My Way Blog, che secondo me vale davvero la pena di seguire. Il libro si intitola “La rana bollita” e racconta del suo (secondo) incontro con l’ansia e di come ha deciso di affrontarla. Mi ha fatto molto piacere leggerlo, lo trovo interessante per chi affronta lo stesso tipo di problemi ed offre molti spunti di riflessione. Penso sia molto utile anche per chi, non soffrendo d’ansia, abbia vicino una persona che ne soffre e che magari non riesce a esprimere cosa prova o come vorrebbe essere sostenuta.



***


Questa mattina mi è tornato in mente un punto del libro in cui Marina parlava di timidezza ed introversione e, seguendo il mio solito filo di pensieri a casaccio, è nato questo post.

Introvèrso agg. [part. pass. di introvertere]. – Ripiegato, rivolto in dentro, introflesso. Più com., di persona che ha forte tendenza all'introversione, a chiudersi nel mondo dei sentimenti e della fantasia.*

Tìmido agg. [dal lat. timĭdus, der. di timere «temere»]. – Facile a impaurirsi, che ha e dimostra scarso coraggio; più spesso, incerto, impacciato, esitante nel comportamento per timore di non riuscire, di essere giudicato male dagli altri, di apparire indiscreto.*



Mi è tornato in mente perché mi piace sempre riflettere sui tipi umani, e perché varie volte nella mia vita sono stata chiamata timida per le ragioni più disparate. A volte perché mi esce la voce più sottile del solito (a me sembra solo raucedine, ma tant’è), altre perché passo intere ore in silenzio anche in mezzo agli altri o giorni e giorni senza vedere gente.

Preferisco di gran lunga le situazioni con pochi intimi alle tavolate di 20-30 persone dove tutti parlano con tutti e nessuno parla con nessuno. Da quando sto con F. ho scoperto che ci sono persone che, per non lasciare indietro nessuno, dopo cena si dedicano ai giochi di società. Quindi dopo essere sopravvissuta non si sa come alle elementari, a 30 anni mi ritrovo catapultata nell'incubo di dover mimare il titolo di un film davanti a 20 persone che praticamente non conosco. Piuttosto passo il resto della serata appollaiata su una sedia a guardare gli altri.

Provo un fastidio viscerale per le situazioni in cui la persona con cui ho appuntamento si presenta senza sufficiente preavviso con un terzo elemento con cui ho scarsa o nessuna confidenza. Dentro di me penso adesso non potrò parlare di quello che volevo e invece avevo un sacco di cose che non vedevo l’ora di raccontarti. Non finisce per forza male, magari con il terzo in comodo mi trovo anche bene, ma è conversazione tanto per, non ciò di cui volevo parlare.

Alcune amiche, quando eravamo giovani e single, attaccavano bottone coi ragazzi degli altri tavoli o col gestore del locale, felicissime di scroccare un drink e dei complimenti. A me salivano le lacrime agli occhi, che serata è se invece di stare con le mie amiche devo parlare e bere con un estraneo? Potevi dirmelo che volevi rimorchiare, se sapevo me ne restavo a casa.

Dei tradimenti. Quella volta che metto la testa fuori dalla tana vorrei che fosse per qualcosa e qualcuno che valgano la pena, non tanto per. O, per dirla più ad affetto, Odio coloro che mi tolgono la solitudine senza farmi compagnia.

Potrebbe sembrare una cosa da niente ma anche il telefono è uno strumento a tratti angosciante. Partendo dal presupposto che preferisco quasi sempre la chat, spesso mi capita di ricevere una telefonata da qualcuno che conosco e fissare lo schermo del telefonino chiedendomi solo perché? cosa devi dirmi mai di così urgente per cui la chat non poteva andare bene lo stesso? se vuoi solo fare quattro chiacchiere perché devo fermarmi dal fare qualsiasi altra cosa nel mentre? non potevi scrivermi? mandare un vocale? Non mi capita con tutti, sia chiaro, anche se ora probabilmente non riceverò mai più una telefonata :P

Per carità, non sono così taciturna, anzi posso essere pure prolissa se ho cose da dire (dai post non sembrerebbe eh?) e se sono a mio agio riesco persino a parlare con più persone contemporaneamente. Se incontro un amico per caso ed è con un’altra persona che conosco poco o nulla non inizio a fare fumo; se esco con un’amica e so che si porterà dietro una terza persona magari fino all'ultimo medito di dare buca, ma poi esco; idem se devo partecipare a tavolate varie, mi basta potermene stare nel mio angoletto in silenzio senza che qualcuno cerchi di coinvolgermi in maniera forzata. Giuro che mi diverto anche solo ad ascoltare, tranquilli, solo non sento la necessità di intervenire attivamente.




Far capire questo concetto è una roba difficilissima. Stare in silenzio è come dire vorrei tanto parlare con tutti voi ma sono troppo timida per farlo, vi prego coinvolgetemi o, peggio, mi state tutti antipatici. Ci sono persone che vedono la timidezza e l’introversione quasi come una malattia e si sforzano di curarla, con risultati spesso disastrosi.

I giochi di società sono un esempio, un commensale silenzioso è un conto, magari due parole col vicino di posto le spiccichiamo od ogni tanto se abbiamo qualcosa da dire interveniamo, ma durante il gioco dei mimi? Chi non partecipa ha un faretto puntato addosso, il campanaccio dei lebbrosi, è praticamente un anti-sociale, ci sono già quelli di Criminal Minds fuori della porta che aspettano di sapere se tortura gli uccellini e fa la pipì a letto.


Prenderci in giro davanti a tutti, spostando su di noi di botto tutta l’attenzione generale, non è un gran metodo. Sì a volte può funzionare, ma se la battuta per noi è imbarazzante o non ci fa ridere? Ci mandate nel panico: mi ha messo a disagio o non mi ha fatto ridere, se rido gli dò confidenza e rischio che mi faccia un'altra battuta del genere, ma se non rido sembro permalosa, non voglio che ricapiti ma nemmeno che mi trovino antipatica. Andiamo in cortocircuito prima di riuscire a venirne a capo.

Se, in un gruppo, abbiamo una conversazione a tu per tu (o per tre, o al limite per quattro) e iniziate a dirci ma perché con gli altri non parli così? ma che ti vergogni? ti fai troppi problemi e sembri antipatica, invece sei simpatica! non ci aiutate molto. Intanto grazie del complimento ma ci state anche dicendo che sembriamo antipatici e questo ci farà tornare di corsa nella grotta. Poi è veramente inutile che vi sforziate di coinvolgerci con tutti gli altri, quelle cose tipo parlarsi sopra a vicenda o intervenire in conversazioni in cui non abbiamo nulla da dire o da aggiungere non fa per noi, ma non deve per forza significare che la conversazione non ci interessi e che gli altri ci stiano antipatici (vedete? stiamo sorridendo!). Se avessimo parlato a tu per tu (o eccetera) con uno di loro anziché con voi sarebbe andata più o meno allo stesso modo.



In alcuni casi si tratta di mera incompatibilità. Se c'è una persona che, per una qualsiasi ragione, è troppo fuori contesto rispetto al gruppo non è colpa di nessuno se non si integra, non è necessariamente antipatia, e anzi cercare di forzarla può fare solo peggio.

L'idea che mi sono fatta è che i più accaniti siano proprio gli altri introversi. A un estroverso, generalmente, non importa molto se l'altro è introverso, anzi alcuni la trovano persino una cosa positiva. In gruppo, poi, c'è una sorta di complementarità, gli estroversi parlano e gli introversi ascoltano. Mi sembra che sia più che altro una parte degli introversi a convincersi di avere la missione di salvare i restanti.

Lo penso perché a volte mi rendo conto di trovarmi dall'altra parte, a cercare di coinvolgere un altro introverso in una situazione dove io per una volta non lo sono, o a pensare ma guarda questo che antipatico che non dice una parola, eppure siamo persone divertenti. Una volta ho sentito una persona estremamente taciturna ed introversa lamentarsi stizzita di un'altra perché non parlava mai, e a cascata mi vengono in mente decine di esempi analoghi, nessuna pietà per i simili.

Lo penso anche perché è proprio nei contesti dove mi aspetterei di trovare il maggior numero di introversi che le persone si accollano di più se non parli. Per anni ho bazzicato giochi e videogiochi on line, frequentato forum e chat a tema pagano, e proprio in questi ambienti se sei timido o introverso patisci di più. Te la devi far passare, perché se non socializzi, se non ti integri nel gruppo, vieni emarginato. Non sempre, soprattutto se ti conoscono anche al di fuori, ma mediamente è così.

Non puoi semplicemente giocare o intervenire sul forum solo quando hai qualcosa da dire: se giochi devi essere nella chat vocale comune per tutto il tempo e parlare, se sei iscritto al forum devi scrivere almeno un post a settimana sull'argomento che ti viene assegnato dagli amministratori. Regole e compitini. Mi sono capitate di recente le mie pagelle delle elementari tra le mani, c'era il commento su quanto il bambino fosse socievole e integrato rispetto alla classe (indovinate la mia, hehe, anche se fino alla seconda ero normale, pare). Più o meno una cosa del genere.

Mi sono sempre chiesta ma perché? se siamo qui a scrivere di Wicca e di celti, se siamo qui a giocare ad un videogioco, anziché essere fuori ad interagire con gente in carne ed ossa, che bisogno c'è di tutto questo contatto umano? non dovremmo essere tutti sulla stessa barca? siete veramente qui per la Wicca e i videogame, o è per trovare quel gruppo e quella socialità che non potete avere (quale che sia la ragione) ma che vorreste nella vita di tutti i giorni?

Forse mi sono nutrita troppo a lungo di cultura romantica e l'introversione mi pare una cosa persino positiva, per quanto a volte pecco anche io di voler stanare l'altro dal suo guscio, e persino di provare fastidio nei confronti dell'introversione o della timidezza altrui. Nella società capitalista, e nella psicologia cognitivo-comportamentale che ne plasma i perfetti soldatini, non c'è spazio per la timidezza, considerata una debolezza, e per l'introversione, un difetto dello spirito, a meno che tu non sia un artista, un informatico e poche altre cose. Nascondiamo le copie de "I dolori del giovane Werther" e de "Il giovane Holden", sia mai che quelli di Criminal Minds siano ancora in giro a caccia di sociopatici.


Credo, in fin dei conti, di essere anche timida, ma principalmente introversa. Di non essere molto diversa da altri introversi quando provo fastidio per i miei simili, penso sia solo fastidio verso il riflesso di noi stessi, per il conflitto che si crea in alcuni tra la nostra indole e questa società, o per la banale eco dei rimproveri dei nostri genitori quando eravamo adolescenti (stai sempre in camera tua al buio, esci che oggi è una bella giornata, vieni a salutare la zia, ecc.). Le stesse ragioni poi che ci portano ogni tanto a fare esperimenti di vita sociale alternativa alla nostra, esperimenti a cui poniamo immediatamente termine tornando di corsa nella tana.

Quello che chiede un introverso è solo di essere lasciato in pace nei suoi silenzi, che non sono sempre necessariamente per timidezza, per imbarazzo, per rifiuto degli altri, spesso sta proprio bene così. Di non essere coinvolto suo malgrado in uscite o serate che non ha l'energia mentale per affrontare, basta avvisare per tempo che sono cambiati i piani e rimandare. Di non rinfacciargli che quando siamo da soli sei divertente, perché con gli altri ti ammutolisci?, se apprezzate di più il tempo con noi trascorso in pochi perché farlo diventare a tutti i costi del tempo trascorso in molti? Ma soprattutto non diteci sei timida, dovresti aprirti di più, prova a parlare anche con gli altri, come se noi lo vivessimo come un problema di cui stiamo cercando la soluzione, i motivi per cui non parliamo con gli altri possono essere infiniti (ad esempio gli altri potrebbero non averci rivolto la parola per primi come avete fatto voi).




Un'orsa




venerdì 19 maggio 2017

Dell'invidia e altre bestie


A Simona.
Questo post è per Silvia [...]. Che mi ha appoggiata e ascoltata. Che non mi ha mai invidiata (soprattutto). Prima o poi ti telefono, ed è il "poi" che dovrei imparare a tenere d'occhio. TVB.
Dato che mi hai ispirato un flusso di pensieri più lungo di quanto mi aspettassi preferisco rispondere qui al tuo post, per non prendermi troppo spazio da te :)

Fin da piccola ho sempre avvertito la mancanza di un punto di riferimento, di un modello a cui ispirarmi, non so perché, non che non ci siano cose che mi piacciono anche nei miei genitori, ma volevo anche altro e in loro non sempre lo trovavo. Ho sempre osservato gli altri, tanto, e ci sono persone su cui mi soffermo di più perché in loro trovo una o più cose che mi piacciono. A volte cose che mi piacciono e basta, nel senso che le apprezzo in quella particolare persona ma non fantastico di averle o saperle fare anche io, altre volte invece anche questo. Così da alcune persone ho tratto ispirazione per determinate caratteristiche, tante altre mi hanno trasmesso gusti e spunti artistici in genere (musica, libri, cinema), il ché non penso sia tanto strano.

Diciamo che una mia idea su chi cerco di essere ce l'ho e apprezzo molto trovare stimoli congrui nel mio prossimo. Non la chiamo ammirazione solo perché nella mia vita non sono mai riuscita ad idolatrare nessuno, di solito ammiro alcuni aspetti e non altri e soprattutto quando l'ammirazione è intellettuale rimane confinata in quell'ambito, posso ammirare una mente ma non necessariamente mi piacciono il carattere o il modo di vivere della persona a cui appartiene. Di alcuni ammiro il modo in cui affrontano i problemi, anche se spesso giudichiamo per come le persone ci consigliano quando ci troviamo noi in difficoltà, mentre vai a sapere se mantengono la stessa calma e lucidità quando si trovano loro al centro del ciclone. 

Penso che sia facile giudicare la vita di qualcuno migliore della propria dall'immagine che ce ne dà o che ce ne costruiamo noi, che comunque giudichiamo sempre da un punto di vista preconcetto: il nostro. Qualche giorno fa mi è capitato di vedere una meme che diceva qualcosa come quando pensi che ti stia andando tutto male ricorda che c'è un'altra donna che guarda alla tua vita pensando che sia migliore della sua.

Ecco, noto che spesso avviene questo, alcune persone giudicano il risultato senza pensare a quello che è costato perseguirlo, giudicano la situazione in cui vive l'altro solo in base a come credono si sentirebbero al suo posto. Magari ne invidiano il lavoro senza pensare che quello il suo lavoro potrebbe odiarlo, o si pensa che per lui/lei sia stato facile ottenerlo non sapendo quanto gli è costato. Non so se io parlerei di invidia, in molti casi credo sia un binomio di ignoranza e maleducazione.

Questo è un altro punto su cui ho riflettuto molto negli ultimi mesi e mi rifaccio a un'altra frase che cerco sempre di ripetermi: solo perché ti senti offeso non significa che tu abbia ragione. Nella mia vita ho passato molto tempo a sentirmi criticata e di conseguenza a offendermi, perché se una cosa mi suona come una critica che potrebbe anche essere rivolta a me allora chi la dice sta cercando di offendermi o quantomeno non si preoccupa dei miei sentimenti.

Quello che non mi domandavo, però, è perché mi sentivo offesa. Tante volte me la sono presa per un commento rendendomi conto solo a posteriori che nella maggior parte dei casi l'offesa era solo nella mia testa. Spesso infatti il problema è in chi critica, non in noi. Se qualcuno critica abitualmente la gente per come si veste è ovvio che prima o poi lo farà anche con me, ma non posso dire che ce l'abbia con me, è solo una persona superficiale e maleducata. Oppure potrebbe pensare di avere con me sufficiente confidenza da darmi quello che per lei è un consiglio, forse le ho dato troppa corda o forse se l'è presa lei. O, ancora, è una persona sciocca o sbadata.

Ci sono volte in cui l'insulto è lì che vola nell'aria e siamo noi a decidere di sentircene toccati, ma di fatto non ci riguarda, il problema ce l'ha chi parla e chissà con chi se la sta prendendo in realtà, non con noi però, magari non ci conosce e non sa che apparteniamo alla categoria che sta offendendo, oppure noi ci vediamo come appartenenti ad essa ma per lui/lei non lo siamo.

Anche fosse che tutte queste uscite siano il prodotto dell'invidia almeno adesso ho capito che nessuna di esse mi riguarda. Finché qualcuno non mi insulta in modo diretto non è un mio problema e la gente perennemente critica posso sempre decidere di non frequentarla, mentre quella che ogni tanto ha uscite infelici posso frequentarla e fregarmene quando accade se sono io a non sentirmene coinvolta. Quante volte è capitato a me per prima di aprire la bocca e dare fiato a espressioni che nella mia testa erano frasi di circostanza o battute non molto riuscite, e invece l'altro se l'è presa. A volte per una reale gaffe, altre perché il mio interlocutore è andato oltre con l'immaginazione.

Questo per dire che la frase in sé non ha nessun potere o significato recondito, è chi l'ascolta che ce lo può vedere, a volte a ragione e a volte a torto. Chi parla può essere una persona rude, a volte io lo sono, anche quando non voglio mi rendo conto che il mio interlocutore si offende, ma sempre perché legge in quello che dico più di quello che dico, in un eterno processo alle intenzioni o al avresti dovuto pensare che, come se la distrazione fosse un lusso che non ci si può mai concedere. Viceversa l'offeso, o chi si sente invidiato, in molti casi sta interpretando oltre il significato letterale, ma lo fa per motivi che sono solo i suoi. Nel mio caso mi riguardano entrambe le facce della medaglia, solo che io non mi sento invidiata ma criticata, le situazioni sono però le stesse che descrivi tu.

Ci ho provato a comportarmi in modo tale che nessuno potesse mai sentirsi offeso da ciò che dico, ma inizio ad essere stanca di camminare sulle uova, di pensare otto volte a come sarebbe meglio esprimere un concetto o dare un consiglio (richiesto) senza offendere una persona che so essere permalosa. Se dico una cosa che nelle mie intenzioni non è un insulto e l'altro se la prende non posso farmene una croce, evidentemente non è una persona con cui posso parlare di altro oltre che del tempo. Invidio tantissimo (in senso buono) quelli che riescono sempre a dire cosa pensano, anche se è contro, e non offendono nessuno, ma non capisco come facciano.

Ciò che desidero è capire perché certe affermazioni mi offendono, perché l'offesa ha su di noi una presa, ci coinvolge, ci pensiamo e ripensiamo e così diamo importanza a chi l'ha mossa, che magari proprio quello stava cercando, l'attenzione di qualcuno. Se sono io a sentirmi in colpa per qualcosa devo capire perché e risolvere il problema, e la prossima volta qualsiasi affermazione in merito non solo non mi offenderà, ma nemmeno la registrerò. Perché poi il segreto è questo ed è ciò che ammiro in certe persone, non il solo dire che non gli importa, ma non notarle nemmeno certe cose, come fossero un brusio di sottofondo. Anche chi si offende sempre ha una certa presa, e a me è capitato spesso di avere a che fare con persone con cui bisogna fare attenzione a cosa si dice e come e chiedere sempre scusa non sai nemmeno tu per cosa. Devo dire che alla fine le ho sempre dovute allontanare per il mio quieto vivere. 

So di essere un calderone di incongruenze, da una parte permalosa e sensibile, dall'altra brusca e a volte passivo-aggressiva quando mi sento attaccata (per l'appunto a volte a torto e altre volte a ragione). Spero che le persone a cui tengo non si sentano criticate in modo distruttivo (o invidiate, a seconda dei punti di vista), e viceversa spero di non fare troppo la vittima quando si tratta di queste stesse persone. Questo binomio a volte ha rovinato o raffreddato dei rapporti a cui tenevo e me ne faccio in parte una colpa, perché comunque le cose si fanno sempre in due, mi dispiace soprattutto quando non so di avere fatto star male l'altro perché non me ne rendo conto e quindi non posso nemmeno rimediare. Altre volte, come dicevo, almeno uno dei due aspetti mi ha salvata da relazioni pesanti.

sabato 10 ottobre 2015

Come una sorella


Capita di far arrabbiare qualcuno, di offendere senza volere, di tenere un certo comportamento che magari non lo sai ma a quella data persona dà proprio fastidio. Capita di deludere qualcuno nel momento sbagliato della sua vita, e rischiare di sciupare irrimediabilmente un rapporto che consideri tra i più importanti della tua. A me è capitato con una persona che considero come una sorella, perché anche se sono figlia unica avere una sorella l'ho sempre immaginato come il nostro rapporto. Siamo cresciute insieme dal primo anno delle superiori, non per forza sempre d'accordo, non per forza sempre insieme, non per forza amiche degli stessi amici, ma per me non era solo un'amica, era proprio qualcuno che riusciva ad ispirarmi, a completarmi. Io sempre ansiosa, lei capace di passare sopra le situazioni; io sempre pronta a prendermela per qualsiasi cosa ma senza riuscire mai ad impormi, lei capace di adattarsi e tenere testa a chiunque; e poi sapeva sempre qual era il modo giusto di vestirsi e truccarsi. Come una sorella un po' più grande che, essendoci passata prima di te, sapeva cosa fare.

Questa persona ha avuto veramente bisogno di me una sola volta e per qualcosa di decisamente importante, ed io non ho saputo esserci. Fraintendimenti, una cosa ricordata in un modo da una e in un modo dall'altra, il timore di fare o dire la cosa sbagliata e il danno era compiuto prima di accorgersene: per cinque anni non ci siamo più parlate. Avrei voluto dirle che non l'avevo fatto apposta, che se avessi potuto tornare indietro avrei fatto tutto diverso, che dispiace più a me, per quello che ho perso e per quello che non ho dato, ma non potevo più farlo. Poi da un giorno all'altro ho avuto di nuovo una possibilità, siamo tornate a sentirci come nulla fosse ed è incredibile come poi ci sia voluto ancora un altro anno per parlarne, per chiedere scusa, dirci ti voglio bene, mi sei mancata. Come se per dodici mesi avessi avuto paura di rompere qualcosa di delicato, tenuto insieme a fatica da un po' di colla non ancora asciutta, che al minimo tremore sarebbe finita in pezzi ancora più piccoli e ancora più difficili da recuperare. Forse avevamo entrambe bisogno di tempo, di recuperare un po' di quella antica confidenza, per riuscire a parlarne senza rovinare tutto. So che non potrò tornare indietro né recuperare quei cinque anni, ma adesso ho finalmente un peso in meno sul cuore e un motivo di gioia in più.